LAGO AYDAR YURT CAMP
UZBEKISTAN
UZBEKISTAN
Dormire in una yurta in Uzbekistan: una notte da nomade nel cuore del deserto
Se mi seguite da un po’ sapete che quando viaggio cerco sempre qualcosa di diverso. Non mi basta vedere un posto, voglio viverlo. E questa volta, in Uzbekistan, ho trovato un’esperienza che mi ha fatto fare un salto indietro di secoli.
Sto parlando di una notte in una yurta, la tipica tenda dei popoli nomadi dell’Asia Centrale.
Sì, avete capito bene… una tenda. Ma non una tenda qualsiasi. Per secoli le yurte sono state la casa delle popolazioni nomadi che attraversavano le immense steppe tra Uzbekistan, Kazakistan, Mongolia e Kirghizistan seguendo le mandrie.
La loro struttura è tanto semplice quanto geniale: un’intelaiatura circolare in legno viene ricoperta da spessi strati di feltro di lana, un materiale capace di mantenere il fresco in estate e il caldo in inverno.
La parte più caratteristica è il tetto, dove si trova un’apertura circolare che lascia entrare luce e aria. Per i popoli nomadi rappresentava anche il collegamento tra la Terra e il Cielo, un simbolo molto importante della loro cultura.
E la cosa che mi ha stupito di più? Si smonta e si rimonta in pochissime ore. Praticamente la versione XXL della tenda Quechua di Decathlon… solo che questa è stata inventata centinaia di anni prima. Direi che erano parecchio avanti.
Oggi le yurte non vengono quasi più utilizzate come abitazioni permanenti, ma molti campi hanno deciso di conservarle per mantenere viva una tradizione che racconta la storia di questi popoli.
Quattro ore nel nulla
Per raggiungere il nostro campo siamo partiti da Bukhara.
Quattro ore di strada, direzione deserto, attraversando paesaggi sempre più selvaggi, fino ad arrivare a circa 60 chilometri dal confine con il Kazakistan.
Mucche. Pecore. Cammelli. E poi… il nulla.
Quel nulla che all’inizio ti fa pensare “ma dove mi stanno portando?” e dopo qualche chilometro inizi invece ad apprezzare.
Tra tutti i campi che avevo trovato ho scelto questo perché mi sembrava il più autentico e il meno turistico. Poche yurte, pochissime persone e tanta natura.
Se cercate il resort di lusso avete decisamente sbagliato articolo.
Qui serve un minimo di spirito di adattamento… ma è proprio questo il bello.
Ad accoglierci troviamo un signore kazako con una piccola chitarra in mano e due ragazzi uzbeki, di cui soltanto uno parlava inglese. Eppure, anche con poche parole, sono riusciti a farci sentire subito i benvenuti.
Il campo era composto da pochissime yurte, tutte ben distanziate tra loro. Nessun caos, nessuna folla.
Solo silenzio.
Il bagno? Fuori.
Sì. Il bagno è esterno. Anche la doccia.
Se avete già fatto campeggio non sarà assolutamente un problema. Io, lo ammetto, la sera sono uscita con la torcia del telefono e per qualche secondo ho avuto quella classica ansietta da “oddio, cosa troverò dietro quel cespuglio?”.
Poi ho alzato gli occhi. Un cielo completamente pieno di stelle. Talmente tante che quasi ti dimentichi dove stai andando. Ansia passata in tre secondi.
Prima di cena siamo andati a visitare il vicino lago Aydar. La cosa curiosa è che non è un lago naturale, ma si è formato negli anni 60 in seguito a lavori idraulici durante l’epoca sovietica.
Oggi è diventato una vera oasi immersa nel deserto, dove acqua, sabbia e vegetazione convivono creando un paesaggio davvero particolare. Un posto che trasmette una pace incredibile.
Mentre gli altri si rilassavano, io ovviamente ero già in giro a esplorare. Non riesco proprio a stare ferma.
Attenzione però: non immaginatevi il classico deserto del Sahara. Qui il terreno è ricoperto da tantissimi cespugli verdi e vegetazione che riesce a sopravvivere anche in condizioni estreme.
Le temperature in inverno arrivano tranquillamente a -15 °C. Durante la mia passeggiata ho visto qualche piccolo “Timon” ovvero qualche suricato e anche un paio di serpentelli.
Tranquilli… erano decisamente più spaventati loro di me. Credo.
Com’è dormire in una yurta?
L’interno è esattamente come me lo immaginavo. Molto spartano. Tappeti ovunque, letti semplici, pochi mobili e nessun lusso. Ed è giusto così. Per una notte ti senti davvero parte della storia di questi luoghi.
Lo staff cerca continuamente di coccolarti. Musica tradizionale, sorrisi, tè caldo e tanta ospitalità. Anche se la lingua è un limite, ci si capisce benissimo. E questa è una delle cose che amo di più quando viaggio.
Per cena ci hanno preparato il plov, il piatto nazionale uzbeko a base di riso, carne, carote e spezie, accompagnato da spiedini di pollo, frutta secca e tè caldo. Una cosa ve la devo dire. Le porzioni sono gigantesche. A un certo punto ho iniziato a pensare che fossero convinti che noi turisti arrivassimo direttamente da una settimana di digiuno nel deserto.
Dopo cena accendono il fuoco. Non c’è la televisione. Non c’è traffico. Non ci sono luci artificiali. Ci sono solo il rumore del vento, il crepitio del fuoco e uno dei cieli stellati più belli che abbia mai visto.
Si dorme bene?
Molto meglio di quanto immaginassi. Il letto è davvero comodo, all’interno della yurta si mantiene una temperatura piacevole e il silenzio è assoluto.
Ho deciso di puntare la sveglia alle 5 per vedere il deserto risvegliarsi lentamente.
Alle 7:30 stavano già preparando la colazione.
E no…
Dimenticate cappuccino e bombolone. Qui trovate uova sode, uova fritte, pane, tè e caffè solubile. Ma sapete una cosa? Va benissimo così.
Fa parte dell’esperienza.
Se siete arrivati fino in Uzbekistan probabilmente non siete il tipo di viaggiatore che pretende il minibar in camera o il cappuccino con la schiuma perfetta ogni mattina. Allora regalatevi questa esperienza.
Dormire in una yurta significa vivere, anche solo per una notte, come hanno fatto per secoli i popoli nomadi dell’Asia Centrale.
In Italia esistono diverse strutture dove è possibile dormire in una yurta, ma farlo qui, nel luogo dove questa abitazione è nata e dove ancora oggi rappresenta un simbolo di un’intera cultura, ha tutto un altro sapore.
Perché, in fondo, i ricordi più belli non sono sempre quelli che nascono davanti a un monumento famoso.
A volte nascono nel silenzio di un deserto, davanti a un fuoco acceso, con il naso all’insù e milioni di stelle sopra la testa.
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